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Muore l’elettrochimico della fusione fredda

09 agosto 2012

Era il 23 marzo 1989 quando uno dei più affermati elettrochimici al mondo, l’inglese Martin Fleischmann, autorevole e pluridecorato membro della Royal Society di Londra, convocò una conferenza stampa insieme al suo ex allievo e giovane collega americano, Stanley Pons, per annunciare di aver trovato una nuova fonte di energia: semplice, economica, abbondante e sostenibile. La fonte risiede – sostennero Fleischmann e Pons – in una semplice cella elettrolitica. Basta confezionarla con elettrodi di palladio e consentire che il metallo assorba un bel po’ di deuterio (l’isotopo pesante dell’idrogeno) e a un certo punto scatta una reazione che produce una quantità enorme di energia. È così facile, dissero i due, che noi l’abbiamo fatta in garage. Non costa quasi nulla. Ed è assolutamente pulita.
Quel giorno Martin Fleischmann divenne un eroe su scala planetaria. Aveva annunciato – né più e né meno – di aver risolto nel modo più desiderabile possibile il problema dell’energia. Da quel momento in poi non solo l’umanità ne avrebbe potuta avere a piacimento e a basso costo. Ma avrebbe risolto anche tutti i problemi ecologici connessi ai cambiamenti del clima: non ci sarebbe più stato bisogno, infatti, dei combustibili fossili. E non avremmo avuto più emissioni antropiche di anidride carbonica. Non avremmo più avuto bisogno neppure del nucleare. O di grosse e pericolose dighe. Insomma, Martin Fleischmann annunciava di aver scoperto una sorta di pietra filosofale dell’energia.E fu subito luna di miele col mondo.
Durò poco, quel feeling. A causa di alcune affermazioni che non trovarono conferma. La reazione nella cella elettrolitica a palladio e deuterio è facilmente ripetibile, disse Fleischmann. E conosciamo anche la causa: è una reazione di fusione nucleare a freddo.
Povero Fleischmann, non lo avesse mai detto. Fisici e chimici in tutto il mondo si diedero a ripetere l’esperimento, che nel tentativo di impossessarsi della pietra filosofale, chi nel tentativo di screditare l’idea che una simile pietra potesse esistere. L’esperimento non era facilmente ripetibile. E anche chi affermava di aver ottenuto qualcosa, trovava sempre che era un qualcosa di differente rispetto ai risultati di Fleischmann e Pons. Chi aveva energia, ma non trovava traccia di elio e neutroni. Chi aveva sentore che qualcosa era successo, ma non otteneva energia in eccesso. Chi trovava qualcosa utilizzando altri metalli. Qualcuno disse che la «cold fusion», la fusione fredda, era semplicemente «confusion», confusione. Fleischmann, eroe per un giorno, cadde nella polvere e fu sottoposto a un fuoco di fila che pochi altri avrebbero sopportato. La «fusione fredda» sparì dalle prime pagine dei giornali. Ma non da tutti i laboratori del mondo. Ancora oggi è oggetto di studio in molti paesi (e di tanto in tanto sortisce un qualche annuncio che vorrebbe essere clamoroso, ma non ci riesce).
Cosa sappiamo, del fenomeno in cui si è imbattuto Fleischmann? Ancora poco, per poterlo decifrare. Sappiamo che «qualcosa succede» quando mettiamo in una cella elettrolitica palladio e deuterio. Ma non abbastanza per poterlo definire «fusione fredda». Chi ci lavora preferisce chiamarlo «effetto Fleischmann e Pons», in onore del nostro, ma non delle sue spiegazioni. L’effetto, che consiste in una sovrapproduzione di energia, sembra riproducibile solo se la concentrazione di deuterio supera una certa soglia (una soglia di 0,9 in frazione atomica, dicono gli esperti). E con una struttura del palladio che non è stata ancora ben precisata.
Tutti «coloro che ci credono», però concordano: gli studi sono in una fase del tutto preliminare. E quasi nessuno si sogna più di promettere energia facile, abbondante e pulita.
Gli scettici continuano a scuotere la testa. Qualcosa accadrà pure, ma c’entra poco la fusione nucleare. L’energia rilevata potrebbe essere frutto di cattive misure. Insomma, sebbene la «fusione fredda» sia stata declassata a semplice «effetto Fleischmann e Pons» continua a essere oggetto di controversie. Vedremo come andrà a finire. Purtroppo non vedrà la soluzione della vicenda di cui è stato protagonista assoluto Martin Fleischmann. Il chimico, infatti, è venuto a mancare lo scorso 3 agosto, all’età di 85 anni, e ieri ne abbiamo avuto notizia.
Meriterebbe l’onore delle armi. Non perché ha annunciato un nuovo fenomeno di cui ancora oggi non conosciamo la natura e persino l’esistenza. Ma perché ha inaugurato una nuova fase del modo di lavorare degli scienziati – quella da molti definita post-accademica – e non se n’è accorto. La nuova fase del modo di lavorare degli scienziati richiede, talvolta, una forte esposizione mediatica, sia per gli enormi interessi che suscita sia per il bisogno di consenso sociale. Ma la forte esposizione mediatica presuppone una capacità di calcolare le conseguenze delle proprie parole che «l’improvvisamente famoso dottor Fleischmann», quel lontano 23 marzo 1989, non ha avuto. Perché non poteva avere. Martin Fleischmann è stato un pioniere. Se non della fusione fredda, della scienza post-accademica. E come molti pionieri è caduto sul campo.

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